Il disabile in classe

Il disabile in classe

  • del Dott. Sergio Chieregato
Il disabile in classe

La disabilità è il risultato dell'interazione tra persone con menomazioni e barriere comportamentali ed ambientali, che impediscono la loro piena ed effettiva partecipazione alla società su base di eguaglianza con gli altri (Convenzione dell'ONU).

Sulla base di questo paradigma la disabilità non è un dato statico ma il risultato di un processo dinamico nel quale gli adulti "normodotati" hanno un ruolo di responsabilità diretta potendone condizionare positivamente l'esito, sfruttando al massimo il potenziale di apprendimento presente in ogni individuo, e rifiutando lo spontaneo, immediato, nichilismo biologico che ci porta al rifiuto del diverso ed al suo stigma sociale.

La sensibilità del singolo e della società verso il più debole è sempre in aumento, segno del procedere della nostra umanizzazione. Si è passati dall'atteggiamento compassionevole verso i più "sfortunati" alla consapevolezza che l'integrazione è un vero e proprio loro diritto soggettivo esigibile.
E' risaputo che la legislazione italiana, per ciò che concerne il rapporto scuola/disabile, è, sul piano normativo, la più avanzata a livello mondiale; si va dalla garanzia dell'assistenza al disabile (1928/1962 Classi differenziali/1968 Sezioni speciali), all'inserimento del disabile (L.118/71), alla sua integrazione (L. 517/77), ed infine alla sua totale inclusione "siamo tutti diversi, ognuno con la propria identità" (art. 13 della L. 104/92). Siamo quindi in presenza di un quadro normativo che ci permette, e ci obbliga, ad agire per rispondere ai bisogni del disabile praticando l'inclusione.

Ma nonostante le leggi, la sensibilità, e la buona volontà del corpo insegnante, l'attuazione e la pratica delle norme si è rivelata in tutta la sua difficoltà, ed allora nel contesto dell'istituzione scuola, la figura sociale della persona con handicap ha avuto come connotazione costante quella della marginalità quasi totale, che si è concretizzata quasi sempre con la sua esclusione ed il suo isolamento. L'idea che la sola vicinanza fisica tra "disabili" e "normodotati" producesse il miracolo, magari per contaminazione, si è rivelata illusoria.

D'altra parte l'inserimento in una classe di un soggetto portatore di handicap, soprattutto se mentale, ha enormi ripercussioni sul clima emozionale ed affettivo del gruppo classe e richiede importanti adattamenti sia per l'insegnante che per gli altri alunni. Va da sé che il processo di inclusione va guidato, i ragazzi non possono essere lasciati soli ad affrontare questa situazione per loro incomprensibile. Il portatore di handicap psichico è frequentemente percepito come un "mostro", i ragazzi possono provare, vergogna, risentimento, pietà, compassione, emozioni forti che vanno riconosciute ed elaborate affinché le stesse non producano imbarazzo, disgusto, e generino la paura di riconoscersi nell'altro "guasto", producendo disprezzo e rifiuto, che spesso si sostanzia con atti di bullismo, prevaricazione, e derisione.

Ed allora deve essere spiegato ai ragazzi il perché di queste presenze "aliene". Se compreso, la comunità classe può giocare un ruolo fondamentale nella felice riuscita dell'integrazione scolastica, può diventare una ambiente accogliente dove le differenze individuali vengono valorizzate, contesto ideale dove tessere delle reti amicali così importanti dal punto di vista dello sviluppo cognitivo e socio-emotivo di tutti gli studenti. Comunità come ambiente di apprendimento dove ogni alunno promuove la propria crescita culturale, migliora le proprie competenze e performance, crea gruppi di sostegno tra compagni generando comportamenti pro sociali che permettono di costruire collettività scolastiche che funzionano bene, e favoriscono quel potenziale di apprendimento di tutti, anche del disabile, che, non più "alieno", può essere spinto a raggiungere i propri limiti.

Oltre a tutto ciò, non ci si deve dimenticare che stiamo parlando di ragazzi che sono nel pieno della loro adolescenza, periodo di transizione tra la loro infanzia e l'età adulta, fase dello sviluppo delicata e complessa caratterizzata da cambiamenti fisico-ormonali, cognitivi, psicologici ed affettivo-relazionali, fase evolutiva altamente critica e molto sensibile al contesto. In questa fase il ragazzo si costruisce l'identità con un continuo e grande sforzo di definizione, ridefinizione, di se stesso, e degli altri, in confronti spesso crudeli, che passano dal bisogno di omologazione alla differenziazione più netta, cercando eroi perfetti da emulare e con i quali identificarsi. Durante questo processo di sviluppo l'adolescente ha bisogno di rispecchiarsi nel gruppo dei pari, nel quale ricerca sicurezza, conferme, integrità, ed allora il limite spaventa, spaventa l'esistenza del male, del fallato, la presenza di un "ritardato" viene vissuto come un attacco alla loro integrità, l'adolescente è ancora preda dell'onnipotenza infantile a salvaguardia del proprio processo di soggettivazione.

Ecco che qui la presenza di un "diverso", di un "disabile", può metterli di fronte ad una realtà umana con la quale si deve fare i conti, che si deve saper accettare, e tollerarne i limiti. Ci si deve confrontare con il "pregiudizio" e gli "stereotipi" che, seppur producono sicurezze, falsano la lettura della realtà.
L' "alieno", da soggetto passivo al quale tutto è dovuto, può diventare egli stesso attore ed enzima di un cambiamento, un maestro di vita per l'adolescente che, in questa fase della sua vita, pensa che il superlativo sia l'unica declinazione possibile nella vita.

 

Obiettivo:

  1. Sensibilizzare il singolo studente-adolescente, ed il gruppo classe, sulla necessità di una presa in carico collettiva del "diversamente abile", riconoscendone la piena dignità umana ed i conseguenti diritti inalienabili, favorendone l'integrazione e l'inclusione nel gruppo classe, e facendo diventare tutti i "normodotati" mediatori della crescita individuale e collettiva del gruppo classe.
  2. Far riflettere il singolo studente-adolescente, ed il gruppo classe, sulla presenza, la conseguente accettazione, e tolleranza dell'handicap in quanto limite dell'umano, con il quale, più o meno tutti dobbiamo fare i conti, partendo proprio dal riconoscimento dei limiti di ognuno.

 

Metodo:

  1. Gruppi classe di discussione e riflessione nei quali, una volta enunciato il focus, i ragazzi saranno liberi di esprimere tutte le loro idee. L'obiettivo sarà quello di far emergere con delicatezza le emozioni latenti, farle riconoscere e farle comprendere.
  2. Si prevede anche la pratica di sociodramma, metodo confacente agli adolescenti. Il sociodramma si caratterizza per avere come oggetto di attenzione il "gruppo". L'intervento si orienta a dar spazio ai ruoli collettivi e quindi appartenenti al mondo sociale della persona.

Numero di incontri da definirsi.

 

Verifica:

Si prevede la formulazione e la somministrazione di un questionario intervista, all'inizio ed alla fine degli incontri, volta a verificare se dopo gli stessi siano avvenuti dei cambiamenti significativi nell'opinione dei ragazzi al riguardo degli argomenti trattati.

 



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